Papà Adriano nei miei ricordi.

Maria Grazia Alemanno ci ha inviato alcune note su suo padre Adriano, che volentieri pubblichiamo:

Per come lo ricordo da bambina, papà Adriano era un uomo buono e gentile con tutti, ma anche estremamente fermo nel sanzionare i comportamenti che non tollerava: la falsità, la doppiezza, l’opportunismo, la maleducazione, l’approssimazione, la scurrilità nel linguaggio, il tradire i propri principi.

Era sicuramente più un uomo d’azione che un intellettuale ma era anche una persona che amava le buone letture, la musica classica e il jazz e da giovane era stato un eccellente ballerino con la mamma. Con lui e la mamma avevo assistito a spettacoli di danza classica che poi avrei studiato per alcuni anni; gli piaceva riunirci la sera per vedere alla televisione spettacoli teatrali, romanzi sceneggiati, ma anche il varietà „Canzonissima“ dove si 

esibivano le gemelle Kessler che gli piacevano molto (certo per il fisico alto e slanciato, visto che era alto anche lui, 1.90 m., ma forse per qualche strana eco che lo riportava alla Germania in cui giovane aveva tanto sofferto, ma verso i cui abitanti non nutriva alcun rancore).

Era un padre severo, ma giusto e capace di insospettabile dolcezza, credo sarebbe stato un magnifico nonno, divertente e giocherellone. 

Papà era un entusiasta. Tra le sue passioni voglio ricordare l’amore per la natura, per lo sport (praticava tennis, sci, equitazione e fu proprietario di due cavalli), amava moltissimo la montagna. Io, più che mio fratello, più sedentario, studioso e introverso di me, lo accompagnavo in tutte queste attività: tennis, cavallo („Butta il cuore al di là dell’ostacolo!“ mi spronava), sci. Gli piaceva stare con i giovani e 

spesso accompagnava me e i miei amici nelle discese in sci a Sestriere (faceva sempre l’abbonamento stagionale), instancabile ed entusiasta per un panino al bar o per una crêpe dolce. Mi faceva ridere perchè a 50 anni diceva dei suoi amici: „è un ragazzo in gamba“, “ è un ragazzo affidabile“. 

Ricordo le gite in montagna (fino agli inizi dei ’70 andavamo ad Ala di Stura in val di Lanzo e più tardi a Sestriere in val Chisone):  io fin dai miei 6-7 anni, lo accompagnavo nei rifugi o sulle cime accessibili alla mia età, con il mio zainetto e la piccozza. Ricordo che mi raccomandava: „Passi lunghi e cadenzati! Non cercare scorciatoie! Se hai l’affanno, rallenta e respira lungo ma non fermarti!“. Per lui la montagna era una grande scuola di vita che insegnava a resistere, a aiutare chi era rimasto indietro e a contemplare la  bellezza nel silenzio, vicini a Dio in cui credeva. Ero al liceo quando mi accompagnò a una conferenza di Reinhold Messner, il mio idolo. Da lui sicuramente è derivato il mio grande amore per la montagna. Andavamo in vacanza però anche al mare, a Sanremo, nel soggiorno militare dove frequentavamo le famiglie degli ufficiali amici di mio padre e, in qualche caso, anche suoi compagni di internamento.

Caratterialmente papà era socievole, un uomo curioso e dinamico che ha sempre cercato di stimolarci in tutti i modi a metterci alla prova, a conoscere il nuovo e a essere liberi: in particolare nel mio caso,  mi trattava sempre come una persona e non come una femmina e di questa apertura gli sono molto grata perchè mi ha fatto sentire molto libera dagli stereotipi sul ruolo femminile. Aveva puntato molto  su di me e sempre ha cercato di farmi andare oltre per conoscere i miei limiti, accettarli e fare le cose non per gli altri ma per migliorare me stessa. E mi ha anche inculcato il senso del dovere e l’idea che ci sono cose che si fanno per voglia (che è istintiva) e altre per volontà (che si deve allenare e che costa fatica).

Come molti ufficiali papà aveva fatto la guerra e non la amava, ci ha insegnato il valore della pace e il continuare a fare il militare era per lui un servizio nell’ottica della difesa della Patria, della politica della dissuasione e dell’equilibrio tra blocchi tipico di quell’epoca.

Papà era un uomo molto garbato nei modi, che sapeva a trattare con tutti e anche sensibile ed emotivo: ricordo che fin da bambina avevo assistito a qualche suo scoppio di pianto che mi metteva molto in imbarazzo perché incrinava la figura forte  e protettiva che mi rassicurava. Mia madre diceva che quando lo aveva conosciuto, al ritorno dalla prigionia, era soggetto a frequenti scoppi di pianto e in uno stato di grande sofferenza psicologica e angoscia. Inoltre era ritornato dai campi con la pleurite e magrissimo. Papà non amava parlare in modo dettagliato di quel periodo, ma se ci vedeva restii a mangiare o a fare il nostro dovere ci ricordava che in prigionia (usava sempre questo termine e non „internamento“)aveva sofferto fame, freddo e nostalgia (come affermava il suo noto compagno di internamento a Sandbostel, G. Guareschi), ma aveva resistito mangiando bucce di patate e rape, lottando contro le cimici e il tifo petecchiale, per non parlare del gelo, visto che era stato prelevato con la divisa estiva, il 9 settembre ’43, esattamente due giorni dopo il suo ventesimo compleanno, .

Era stato, come tutti gli ufficiali di carriera, monarchico, ma nel dopoguerra era liberaldemocratico moderato, sicuramente antifascista, sicuramente anticomunista; io che ero piuttosto ribelle e che nel corso degli anni avevo sviluppato idee più progressiste spesso mi scontravo con lui. Ancora adesso mi rammarico di aver litigato con lui alcuni giorni prima che lo colpisse l’ictus cerebrale che lo portò alla morte a 61 anni. Difatti nei giorni in cui si trovava in coma in ospedale non ho mai smesso di parlargli e di chiedergli scusa per i miei modi offensivi. Forse anche per questo rapporto un po‘ difficile, per me è così importante oggi conoscere fino in fondo la storia di papà: ricordarlo è un atto dovuto per dimostrargli quell’amore che non ho saputo esprimere a pieno quando era in vita, anche perchè ogni giorno mi scopro più simile a lui.

Un‘ altra forte motivazione per cui ricostruire e custodire la memoria del mio babbo è che la considero un piccolo mattone di quell’edificio che è la memoria collettiva che tutti noi, discendenti di chi ha vissuto la seconda guerra mondiale e i totalitarismi, dobbiamo ricomporre con onestà e trasmettere ai più giovani. Ogni piccolo sforzo non è vano, anche questo mi ha insegnato il mio papà: di fronte a compiti molto impegnativi non bisogna spaventarsi e rinunciare ma procedere a tappe, un passo dopo l’altro, fino a mete inaspettate. E questo è anche quello che mi hanno insegnato in più di 30 anni di insegnamento della storia i miei allievi : i giovani sono molto desiderosi di sapere e anche a distanza di anni si dimostrano grati di aver conosciuto quelle tante piccole storie che, ricomposte e vagliate dagli strumenti degli storici, fanno la grande Storia.

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