Nel 1947 i tribunali militari britannici (British Military Courts) avviarono procedimenti contro comandanti tedeschi di alto rango, accusati di crimini di guerra e di massacri ai danni della popolazione civile italiana e dei partigiani. Tra i crimini oggetto di indagine figuravano anche le azioni compiute sul Monte Grappa dal tenente colonnello Fritz-Herbert Dierich, comandante del 36° Reggimento di sicurezza dell’Aeronautica militare.
Nel corso delle indagini, nel 1947 le autorità britanniche inviarono un investigatore in Germania per rintracciare Dierich e indagare sul suo coinvolgimento nei crimini. Le indagini, tuttavia, non ebbero esito positivo. Non si giunse quindi a un’incriminazione di Dierich dinanzi a un tribunale militare britannico a Padova.

Tra i generali tedeschi condannati dai tribunali militari britannici per crimini di guerra in Italia figuravano Eduard Crasemann e il generale delle SS Max Simon. Crasemann era comandante della 26ª Divisione corazzata. Alcune unità di questa divisione furono coinvolte nel massacro di Padule di Fucecchio del 23 agosto 1944, nel corso del quale furono uccisi 174 civili. In tribunale egli sostenne che gli omicidi fossero stati causati da una sfortunata concatenazione di circostanze. Il testimone dichiarò invece che Crasemann gli avesse ordinato personalmente lo «sterminio sistematico delle bande». Il tribunale lo condannò a dieci anni di reclusione. Morì nel 1950 nel carcere militare di Werl.
Il generale delle SS Max Simon comandava la 16ª Divisione di granatieri corazzati delle SS «Reichsführer SS», i cui membri furono responsabili di numerosi gravi massacri in Italia, tra cui quelli di Fivizzano, Vinca, Marzabotto e Monte Sole. Il tribunale militare britannico lo condannò a morte. La sentenza fu successivamente commutata in ergastolo. Nel 1954 Simon fu graziato e rilasciato dal carcere.
Dopo la guerra, Simon fu inoltre perseguito in Germania per il suo coinvolgimento nell’omicidio di tre abitanti di Brettheim. Gli uomini erano stati uccisi nell’aprile del 1945 con l’accusa di aver minato il morale delle truppe. Il Tribunale regionale di Ansbach assolse Simon nel 1955; anche in ulteriori procedimenti non vi fu alcuna condanna. Simon morì nel 1961 a Lünen per un infarto.
L’«armadio della vergogna»
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli organismi alleati e le autorità italiane raccolsero prove e testimonianze sui crimini commessi dalle truppe tedesche e fasciste in Italia. Molti di questi documenti non portarono inizialmente ad alcun procedimento penale nei confronti dei responsabili.
Nel 1960 l’allora Procuratore Generale Militare italiano dispose l’archiviazione provvisoria di numerosi fascicoli di indagine. Complessivamente, 695 fascicoli rimasero per decenni in sospeso o furono sottratti al regolare iter penale.
Nel 1994 il procuratore militare romano Antonino Intelisano, nel corso delle indagini a carico dell’ex ufficiale delle SS Erich Priebke per il massacro nelle Grotte Ardeatine, si imbatté in quei documenti a lungo tenuti nascosti. A Roma furono scoperti numerosi fascicoli relativi a crimini nazisti che per decenni non erano stati oggetto di ulteriori indagini. Riguardavano, tra l’altro, i massacri di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, nonché l’uccisione degli ostaggi nelle Fosse Ardeatine a Roma.
Franco Giustolisi (1925–2014) è stato un giornalista investigativo italiano. Nel 1996, sulla rivista L’Espresso, ha pubblicato un articolo sui fascicoli delle indagini relative ai massacri nazisti e fascisti che per decenni non erano stati oggetto di procedimenti penali. Giustolisi continuò le sue ricerche, parlò con testimoni e familiari e cercò di identificare i responsabili dei crimini. Fu lui a rendere famoso l’espressione «L’armadio della vergogna». Il termine si riferisce al modo in cui sono stati gestiti i fascicoli: i documenti non erano stati distrutti, ma archiviati per decenni e quindi sottratti a un’efficace elaborazione penale.
Il procedimento contro Fritz-Herbert Dierich a Padova nel 1998
Tra i documenti ritrovati figuravano anche fascicoli di indagine e testimonianze relative ai crimini commessi nel Nord Italia, tra cui le dichiarazioni di Alfons Holzhauser nell’ambito delle indagini contro Fritz-Herbert Dierich.
Il procedimento contro l’ex tenente colonnello non fu tuttavia avviato in tribunale nel 1998. Le autorità investigative italiane non riuscirono a rintracciare gli imputati né a garantirne la disponibilità per un processo.
Il 1° ottobre 1998 il Giudice per le indagini preliminari (GIP) emise un’ordinanza di archiviazione, con la quale le indagini preliminari furono chiuse.
Il caso Dierich evidenzia così un problema fondamentale del processo di elaborazione giuridica dei crimini nazisti: anche in presenza di testimonianze e atti investigativi, ciò non portava necessariamente a un’accusa o a un processo. Il ritardo durato decenni ha ulteriormente complicato l’accertamento dei fatti, poiché gli imputati e i testimoni erano deceduti o non più rintracciabili. La giustizia tedesca del dopoguerra – in gran parte dominata dai nazisti – non aveva alcun interesse a perseguire e fare luce sui crimini di guerra nel paese degli autori.